Gianluca Benamati | Alitalia: ultima chiamata
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Alitalia: ultima chiamata

Ci risiamo. Una nuova crisi dell’Alitalia, privatizzata solo pochi anni fa, è esplosa. Violenta e difficile da gestire, ma – bisogna riconoscerlo – non inattesa. Un bilancio, in termini di salvataggi pubblici, pesante sino ad oggi. Parliamo di cifre attorno ai sette miliardi euro. Ma parliamo anche di un’apertura ai privati e di una scelta di un socio industriale che evidentemente non hanno dato i frutti sperati.

James Hogan,  ad di Etihad , alla luce del risultato del referendum ha dichiarato “Ci rammarichiamo profondamente per il risultato del voto, che significa una sconfitta per tutti: i dipendenti di Alitalia, i suoi clienti, i suoi azionisti e lo stesso Paese, di cui Alitalia è ambasciatore in tutto il mondo”.

E’ vero. Si tratta di una sconfitta per tutti. Ma non cerchiamo alibi poiché anche le colpe non sono solo di una parte.

A partire da chi l’azienda l’ha acquisita e non ha saputo rilanciarla. L’offerta sul lungo raggio di Alitalia, infatti, risulta inadeguata alla realizzazione di una rete di collegamenti efficiente, tale da poter creare un hub. Infatti, sui voli a lungo raggio,  che rappresentano normalmente il comparto più redditizio, Alitalia ha sofferto verso Est la concorrenza del suo partner, il cui interesse è portare i passeggeri all’hub di Abu Dhabi; mentre verso Ovest è stata limitata dall’alleanza con Air France, Klm e Delta, il cui smantellamento avrebbe comportato pesanti penali che però, forse, poteva aver senso mettere in conto.

È una sconfitta per i sindacati che sono stati sconfessati dal risultato del referendum e che si dimostrano inadeguati ad interfacciarsi con un mondo del lavoro che è cambiato. Una sconfitta per i dipendenti che ora hanno di fronte prospettive ancor più problematiche e che non hanno nemmeno tenuto conto di un’opinione pubblica che, essendosi oltretutto adeguata a volare Ryanair, non è più disposta ad un ennesimo contributo pubblico. Una sconfitta per la politica che pur intervenendo nella travagliata vicenda, piu volte e non solo in termini di salvataggi pubblici, non è riuscita ad approdare ad una soluzione definitiva, ormai non più rinviabile.

Si può certamente ricordare con rammarico la mancata occasione del 2008 quando si rifiutò la fusione con AIR FRANCE, che avrebbe dato allo Stato italiano il ruolo di azionista in una delle più grandi compagnie aeree mondiali. Si trattò, peraltro, di un rifiuto effettuato in nome di una malintesa italianità che portò, nel giro di pochi anni, la CAI ( Compagnia Aerea Italiana, fondata nel 2009  dai cosiddetti “capitani coraggiosi” ) di nuovo sull’orlo del fallimento. L’arrivo di Ethiad, partner di indubbio valore commerciale, sembrava aver risolto la questione in maniera definitiva. Ed invece eccoci nuovamente con problemi interni e scelte industriali sbagliate che stanno rimettendo a terra, in senso letterale, Alitalia- Società Aerea Italiana s.p.a. nata nel 2014.

Sarebbe interessante anche approfondire il tema importante di come un accordo significativo, come quello fra azienda e sindacati ed auspicato dal Governo, sia stato sottoposto a referendum e  di come quest’ultimo abbia avuto il ben noto risultato ampiamente negativo. Sarebbe importante riflettere come da un verso molta parte dei dipendenti, ma anche della politica, spingano ora per una nazionalizzazione di Alitalia mentre un’altra parte invece spinga per una cessione rapida e praticamente incondizionata ad altri vettori (es. Lufthansa). Sarebbe però anche giusto riflettere sulle richieste di chi, alla luce di grandi errori di gestione e sprechi faraonici, ritiene che la soluzione migliore sia la cessione per parti separate del complesso industriale di Alitalia.  Tutti punti meritevoli di considerazione.

Tuttavia, un Governo accorto e una politica saggia hanno la responsabilità  di porsi in maniera razionale un paio di quesiti fondamentali nel momento in cui, con l’amministrazione straordinaria, lo Stato si appresta a tornare arbitro della situazione. A mio avviso, le domande sono sostanzialmente due e consequenziali; sono domande concrete e propedeutiche a qualunque soluzione economico finanziaria. La prima: serve al nostro Paese ed alla sua economia una compagnia aerea con base e centro di attività in Italia? La seconda: se si concorda che questa compagnia aerea serva, quali sono gli spazi ed il ruolo che nel sistema complessivo dei trasporti, al di fuori ed all’interno del Paese stesso, tale compagnia può avere? Rispondere a queste domande significa affrontare il caso Alitalia, senza inutili slogan ideologicamente ispirati, ma con responsabilità e buonsenso.

Personalmente ritengo che  un vettore che abbia l’Italia come base operativa è necessario. Lo è , già solo limitandoci al tema più importante ma non unico, del turismo. Il turismo globale ha oggi nel nostro Paese la meta maggiormente preferita, ma non la più praticata. In un mondo dove non solo milioni di giapponesi, ma ora anche di cinesi ed altri abitanti del lontano oriente unitamente a nord americani, candesi e russi hanno disponibilità economiche importanti, l’Italia deve poter essere meta facilmente raggiungibile. Non voglio poi dimenticare il fatto che voli diretti verso i centri dell’economia mondiale (Cina, USA, Giappone) sono importanti per un Paese esportatore come l’Italia.

Il secondo punto è quindi a cosa serve una compagnia aerea basata in Italia. Certamente a sostenere i grandi flussi internazionali e intercontinentali e successivamente a coprire le necessità interne di un Paese con le caratteristiche geografiche come il nostro (si pensi già alle sole isole, per le quali si ha la necessità fisica di garantire collegamenti aerei).

Un punto da tenere in considerazione, nell’immaginare un qualunque piano industriale, è il cambiamento che vi è stato negli ultimi anni nello sviluppo interno dei trasporti.  L’alta velocità ferroviaria ha cambiato radicalmente la mobilità degli italiani.  Una seria ottimizzazione dei trasporti aerei, ferroviari e stradali del Paese che tenga conto degli sviluppi tecnologici degli ultimi anni e delle necessità che restano da coprire non è piu rinviabile.  Le infrastrutture devono essere maggiormente interconnesse. I Frecciarossa a Fiumicino o Malpensa non debbono essere più un e la sinergia aereo treno veloce una chimera (?) . D’altra parte la tratta aerea Milano Linate – Roma  Fiumicino deve cessare di essere il bancomat di chi compra Alitalia.

Stavolta – ed una volta per tutte – serve uno sforzo sulla crisi Alitalia che sia uno sforzo non solo finanziario, ma di progettualità. Quando si è posta Ilva in amministrazione straordinaria lo si è fatto per ragioni economiche e sociali ma anche sapendo che il sistema Paese aveva bisogno di acciaio ed era un mercato per questo prodotto. Ecco Alitalia ha questo problema: la necessita di identificare un piano industriale che risponda alle necessità del Paese e che quindi sia garanzia di sostenibilità economica. Bene quindi l’amministrazione straordinaria, ma con persone capaci. Bene gli esperti di fi

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